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ATENE – Ieri sono andato a fare un giro del Nuovo Museo dell’Acropoli. Di seguito vi riporto un breve resoconto corredato dalle mie impressioni.

Il Museo, che ha aperto in pompa magna il 23 giugno, per adesso e fino alla fine dell’anno è accessibile -dalle 8 del mattino alle 8 di sera- pagando un biglietto del costo di solo 1 euro, che dovrebbe salire a 5 dall’anno prossimo (una cifra comunque non spaventosa).

Introduce la visita un breve filmato, ca. 10 minuti, proiettato una volta in inglese e una volta in greco, che presenta ai visitatori il Partenone attraverso la sua storia più che bimillenaria (molto curate le ricostruzioni tridimensionali animate) e analizzandone i principali apparati decorativi.
Già questo approccio è indicativo della prospettiva che il Museo ha deciso di darci: il centro è il Partenone, e il centro del Partenone sono i suoi fregi. E così il grande ottastilo dorico viene presentato come “il punto più alto nell’evoluzione dell’ordine dorico”, una prospettiva winkelmaniana che mi ha francamente sorpreso, nel 2009. Il filmato poi ovviamente si sofferma, volutamente, sul fregio ionico della cella celebrandone la bellezza e la composizione innovativa.
Per quanto riguarda la storia del tempio, tutte le sue tappe sono analizzate e rivissute nelle animazioni del filmato: dai primi cristiani che scalpellano le teste delle metope, alle bombe di Morosini che fanno esplodere il tempio-chiesa-moschea, agli emissari di Lord Elgin che staccano le lastre e imbragano le statue. Stranamente il filmato omette di menzionare la trasformazione della cella del Partenone in deposito delle polveri della guarnigione ottomana, rendendo così poco comprensibile come Morosini abbia fatto tanto danno con qualche granata del XVII secolo. Semplificazione divulgativa?

Dopo essere passati attraverso i tornelli elettronici (Brunetta ha colpito anche qui?), si passa in una grande galleria con una selezione dei reperti rinvenuti durante lo scavo delle fondamenta del museo, visibile dalle aperture a vetri nel pavimento, e dai santuari alle pendici meridionali dell’Acropoli. Peccato che il corredo esplicativo (piante con le fasi, testi, fotografie) sia assolutamente insufficiente, per non dire quasi del tutto assente. Dimenticanza?

Superato lo scenografico scalone, si arriva alla sala della scultura arcaica, un grande magazzino senza un percorso espositivo ben preciso. Punti di forza: le tante opere esposte, in numero maggiore rispetto al vecchio museo sulla rocca, e l’illuminazione diffusa e per niente aggressiva. Punti deboli: la mancanza di un apparato didattico, con le targhette dei pezzi che riportano solo il necessario: nome, datazione e numero di inventario. Neanche fossero prigionieri di guerra, che ti dicono solo nome, reparto e numero di matricola. Le targhette sono bilingui (almeno questo).

Mentre mi aggiro per lo stanzone, non so come chiamarlo altrimenti, si sente un gentilissimo annuncio che invita i signori visitatori a non toccare le opere, a non fotografare (ecco perché non ho messo foto) e a non riprendere.
Guardo in alto istintivamente per vedere da dove provenisse la voce, e mi scopro osservato dagli occhi indagatori di uno dei custodi, vestito da uomo della scorta con tanto di auricolare, che mi punta da un ballatoio sopraelevato, ricavato nella parte alta della spoglia parete di cemento. Ho guardato l’orologio chiedendomi quanto mi restava ancora della mia ora d’aria. Alzo lo sguardo cercando cecchini e filo spinato e poi ricordo: il magazzino…. il museo…

Sali un’altra rampa dello scalone principale e per un momento ti puoi vendicare, puoi diventare un cecchino pure tu, passeggiando per il corridoio sopraelevato che porta solo a bagni (peraltro molto belli) e locali di servizio.

Colonne alte fino al cielo, statue e donari, folla scomposta e disordinata… forse è questa l’impressione che doveva dare l’Acropoli in un giorno di festa di venticinque secoli fa. E il visitatore avvertito capisce che forse è proprio questo il messaggio che ti vuole dare quella sala, magari lo apprezza anche. Ma il comune turista che ne ricava? Confusione, temo.

Sempre allo stesso ammezzato, si fa per dire, troviamo il ristorante. Tutto in pieno stile minimalista, come il resto. E’ un aggregazione di immensi loft questo museo; grandi spazi e divisori bassi. Tovagliette e menu riportano una sezione orizzontale del Partenone, in bianco su grigio, molto “minimal chic”.
E veniamo alla “famosa” terrazza del ristorante, della quale avevamo già parlato. Facendo i primi passi fuori la vista della rocca sacra non è ancora ostruita dai palazzi neoclassici di Odos Dionysiou Areopagitou, ma avanzando la situazione cambia. E i prospetti posteriori non è che siano proprio piacevoli, ignari al momento della loro costruzione che un giorno sarebbero stati così in vista. Forse sarebbe stato meglio progettare diversamente la terrazza, piuttosto che contare sull’abbattimento di due edifici storici solo per un capriccio architettonico, non trovate?

Il bookshop, accanto al ristorante, è molto fornito con prezzi non proprio tourist-friendly, ma comunque nella media. C’è un grande assortimento di articoli di merchandising del Museo, riproduzioni di opere esposte, ecc. Tra le prime cose che ho visto c’era una guida breve del museo in inglese, venduta a 5 €. Carta scarsa, molto essenziale ma al contempo pretenziosa. L’ho lasciata lì.

L’ascesa continua, riprendendo quel ramo della parabola winkelmaniana che ci porterà al culmine dell’Arte e della Storia. Al culmine della salita, dopo essere stato accuratamente preparato, puoi essere ammesso a conoscere il segreto più prezioso: CE LI HANNO RUBATI!!!
E’ la totale inversione del continuum spazio-tempo, direbbe il DOC di Ritorno al Futuro. E’ come se quella sala piena di copie e di buchi ti dicesse, con l’aria mesta e rassegnata, che loro hanno fatto di tutto per farti vedere le sculture di Fidia, ma che non è colpa loro in fondo se non ci sono tutte. Loro avevano preparato ogni cosa e poi…. è arrivato Elgin e ha rovinato la festa.

Concludiamo, mentre scendiamo e passiamo distrattamente davanti ai reperti dell’età romana e tardo-antica che questo tipo di percorso ci ha quasi fatto disprezzare. Il museo è fatto bene, ma per uno scopo sbagliato.
Questo non è un museo, è un monumento ideologico. Non ti vuole trasmettere cultura; vuole indottrinarti con un preciso messaggio: le lancette della storia si possono portare indietro, la storia può essere negata e riplasmata secondo il gusto. Ora capiamo le dimenticanze, ora ci spieghiamo le semplificazioni divulgative.
E’ vero che è quasi impossibile scrivere e raccontare la Storia in modo oggettivo, ma questo Museo non ci prova neanche. E mi dispiace, alla fine dei conti , che questa operazione ideologica sia stata finanziata al 75% con i Fondi Europei.

Mario Trabucco

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