Dallo scaricabarile allo scaricaprecario

7 02 2010

Il Ministro Bondi ne ha sparata una delle sue. Un’altra.

In un articolo apparso sul Corriere della Sera di oggi la illuminata guida politica del nostro settore non trova niente di meglio che proporre di impiegare gli insegnanti in esubero della scuola pubblica a fare servizio di custodia e di guida nei musei dello Stato. Allegria signori,  i ministri sono passati dallo scaricabarile allo scaricaprecario.

Mi chiedo: Bondi ritiene forse che i percorsi di studio che affrontiamo siano tanto poco professionalizzanti da poterci sostituire con il primo maestro elementare in esubero?O sta forse sostenendo che la qualifica di insegnante rende un individuo totipotente? Mi dispiace per il signor Ministro, ma qui non stiamo parlando di politica, ove tutto è possibile ai deputati.

Non temete, un vantaggio per il turismo c’è: le turiste tedesche potranno sospirare all’indirizzo di aitanti maestri di educazione fisica posti a guardia delle sale piene di opere d’arte contemporanea.





Il Museo ideologico

19 07 2009

ATENE – Ieri sono andato a fare un giro del Nuovo Museo dell’Acropoli. Di seguito vi riporto un breve resoconto corredato dalle mie impressioni.

Il Museo, che ha aperto in pompa magna il 23 giugno, per adesso e fino alla fine dell’anno è accessibile -dalle 8 del mattino alle 8 di sera- pagando un biglietto del costo di solo 1 euro, che dovrebbe salire a 5 dall’anno prossimo (una cifra comunque non spaventosa).

Introduce la visita un breve filmato, ca. 10 minuti, proiettato una volta in inglese e una volta in greco, che presenta ai visitatori il Partenone attraverso la sua storia più che bimillenaria (molto curate le ricostruzioni tridimensionali animate) e analizzandone i principali apparati decorativi.
Già questo approccio è indicativo della prospettiva che il Museo ha deciso di darci: il centro è il Partenone, e il centro del Partenone sono i suoi fregi. E così il grande ottastilo dorico viene presentato come “il punto più alto nell’evoluzione dell’ordine dorico”, una prospettiva winkelmaniana che mi ha francamente sorpreso, nel 2009. Il filmato poi ovviamente si sofferma, volutamente, sul fregio ionico della cella celebrandone la bellezza e la composizione innovativa.
Per quanto riguarda la storia del tempio, tutte le sue tappe sono analizzate e rivissute nelle animazioni del filmato: dai primi cristiani che scalpellano le teste delle metope, alle bombe di Morosini che fanno esplodere il tempio-chiesa-moschea, agli emissari di Lord Elgin che staccano le lastre e imbragano le statue. Stranamente il filmato omette di menzionare la trasformazione della cella del Partenone in deposito delle polveri della guarnigione ottomana, rendendo così poco comprensibile come Morosini abbia fatto tanto danno con qualche granata del XVII secolo. Semplificazione divulgativa?

Dopo essere passati attraverso i tornelli elettronici (Brunetta ha colpito anche qui?), si passa in una grande galleria con una selezione dei reperti rinvenuti durante lo scavo delle fondamenta del museo, visibile dalle aperture a vetri nel pavimento, e dai santuari alle pendici meridionali dell’Acropoli. Peccato che il corredo esplicativo (piante con le fasi, testi, fotografie) sia assolutamente insufficiente, per non dire quasi del tutto assente. Dimenticanza?

Superato lo scenografico scalone, si arriva alla sala della scultura arcaica, un grande magazzino senza un percorso espositivo ben preciso. Punti di forza: le tante opere esposte, in numero maggiore rispetto al vecchio museo sulla rocca, e l’illuminazione diffusa e per niente aggressiva. Punti deboli: la mancanza di un apparato didattico, con le targhette dei pezzi che riportano solo il necessario: nome, datazione e numero di inventario. Neanche fossero prigionieri di guerra, che ti dicono solo nome, reparto e numero di matricola. Le targhette sono bilingui (almeno questo).

Mentre mi aggiro per lo stanzone, non so come chiamarlo altrimenti, si sente un gentilissimo annuncio che invita i signori visitatori a non toccare le opere, a non fotografare (ecco perché non ho messo foto) e a non riprendere.
Guardo in alto istintivamente per vedere da dove provenisse la voce, e mi scopro osservato dagli occhi indagatori di uno dei custodi, vestito da uomo della scorta con tanto di auricolare, che mi punta da un ballatoio sopraelevato, ricavato nella parte alta della spoglia parete di cemento. Ho guardato l’orologio chiedendomi quanto mi restava ancora della mia ora d’aria. Alzo lo sguardo cercando cecchini e filo spinato e poi ricordo: il magazzino…. il museo…

Sali un’altra rampa dello scalone principale e per un momento ti puoi vendicare, puoi diventare un cecchino pure tu, passeggiando per il corridoio sopraelevato che porta solo a bagni (peraltro molto belli) e locali di servizio.

Colonne alte fino al cielo, statue e donari, folla scomposta e disordinata… forse è questa l’impressione che doveva dare l’Acropoli in un giorno di festa di venticinque secoli fa. E il visitatore avvertito capisce che forse è proprio questo il messaggio che ti vuole dare quella sala, magari lo apprezza anche. Ma il comune turista che ne ricava? Confusione, temo.

Sempre allo stesso ammezzato, si fa per dire, troviamo il ristorante. Tutto in pieno stile minimalista, come il resto. E’ un aggregazione di immensi loft questo museo; grandi spazi e divisori bassi. Tovagliette e menu riportano una sezione orizzontale del Partenone, in bianco su grigio, molto “minimal chic”.
E veniamo alla “famosa” terrazza del ristorante, della quale avevamo già parlato. Facendo i primi passi fuori la vista della rocca sacra non è ancora ostruita dai palazzi neoclassici di Odos Dionysiou Areopagitou, ma avanzando la situazione cambia. E i prospetti posteriori non è che siano proprio piacevoli, ignari al momento della loro costruzione che un giorno sarebbero stati così in vista. Forse sarebbe stato meglio progettare diversamente la terrazza, piuttosto che contare sull’abbattimento di due edifici storici solo per un capriccio architettonico, non trovate?

Il bookshop, accanto al ristorante, è molto fornito con prezzi non proprio tourist-friendly, ma comunque nella media. C’è un grande assortimento di articoli di merchandising del Museo, riproduzioni di opere esposte, ecc. Tra le prime cose che ho visto c’era una guida breve del museo in inglese, venduta a 5 €. Carta scarsa, molto essenziale ma al contempo pretenziosa. L’ho lasciata lì.

L’ascesa continua, riprendendo quel ramo della parabola winkelmaniana che ci porterà al culmine dell’Arte e della Storia. Al culmine della salita, dopo essere stato accuratamente preparato, puoi essere ammesso a conoscere il segreto più prezioso: CE LI HANNO RUBATI!!!
E’ la totale inversione del continuum spazio-tempo, direbbe il DOC di Ritorno al Futuro. E’ come se quella sala piena di copie e di buchi ti dicesse, con l’aria mesta e rassegnata, che loro hanno fatto di tutto per farti vedere le sculture di Fidia, ma che non è colpa loro in fondo se non ci sono tutte. Loro avevano preparato ogni cosa e poi…. è arrivato Elgin e ha rovinato la festa.

Concludiamo, mentre scendiamo e passiamo distrattamente davanti ai reperti dell’età romana e tardo-antica che questo tipo di percorso ci ha quasi fatto disprezzare. Il museo è fatto bene, ma per uno scopo sbagliato.
Questo non è un museo, è un monumento ideologico. Non ti vuole trasmettere cultura; vuole indottrinarti con un preciso messaggio: le lancette della storia si possono portare indietro, la storia può essere negata e riplasmata secondo il gusto. Ora capiamo le dimenticanze, ora ci spieghiamo le semplificazioni divulgative.
E’ vero che è quasi impossibile scrivere e raccontare la Storia in modo oggettivo, ma questo Museo non ci prova neanche. E mi dispiace, alla fine dei conti , che questa operazione ideologica sia stata finanziata al 75% con i Fondi Europei.

Mario Trabucco





Archeologia preventiva: finito il regolamento

22 05 2009

Riporto dal comunicato stampa del MiBAC del 21.05.09:

Il Ministro per i beni culturali, Sandro Bondi, ha espresso grande soddisfazione per la conclusione dell’iter del regolamento che completa la disciplina in materia di archeologia preventiva, testo che sta per essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Le nuove disposizioni – dichiara il Ministro – costituiscono un fondamentale strumento operativo, improntato a criteri di oggettività e trasparenza, attraverso cui, da un lato, si rende maggiormente efficace l’azione del Ministero diretta alla tutela del patrimonio archeologico del Paese e, dall’altro, dà certezza ai tempi di esecuzione delle opere pubbliche.”

Il testo prevede la costituzione di un elenco degli archeologici, cui possono essere iscritti soggetti privati, dipartimenti o istituti archeologici universitari, in possesso della necessaria qualificazione per operare la verifica preventiva dell’interesse archeologico in sede di progetto preliminare.

Fin qui il testo del comunicato. Purtroppo, per quanto abbia cercato, finora non ho trovato  ulteriori dettagli da sottoporvi e da commentare insieme. Aspetteremo.

Il regolamento deve dare compiuta attuazione all’art. 2-ter, comma 3, del DL 63/2005 (convertito nella legge 109/2005) il quale prevede, insieme all’art. 28, comma 4, del Codice dei Beni culturali, che la Soprintendenza possa richiedere la verifica preventiva dell’interesse archeologico di un progetto o intervento, da eseguirsi a spese del committente per mezzo di indagini d’archivio, spoglio delle pubblicazioni, indagini non invasive, saggi di scavo, al fine di conoscere in anticipo e valutare adeguatamente l’impatto che il ritrovamento di manufatti e opere murarie antiche può avere sui tempi e sui costi del progetto esecutivo.

I soggetti che potranno eseguire questa valutazione, tra privati, istituti universitari e soggetti pubblici in possesso di adeguata qualificazione, saranno inseriti in un apposito elenco del Ministero, dal quale pescare per fare eseguire la valutazione preventiva dell’interesse archeologico.





Pubblico ma non pubblico

13 05 2009

Cari amici e colleghi,

ecco a disposizione di tutti il testo dell’intervento che ho tenuto a Roma al convegno ArcheoFOSS 2009. Le ovvie limitazioni di tempo e di spazio, oltre alle mie approssimative competenze in materia giuridica, non ne fanno di certo un capolavoro. Ma se servirà a stimolare una nuova accesa discussione come quelle che talvolta si svolgono in questo spazio, allora sarà di certo servito a qualcosa.

Il testo è rilasciato secondo i termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Generico quindi potete copiarlo, distribuirlo, modificarlo a patto ovviamente di citarmi, di non perseguire scopi di lucro, e ovviamente di diffondere eventuali derivati con la stessa licenza.

Buona lettura e aspetto i vostri commenti!

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TESTO INTERVENTO





ArcheoFOSS 2009: le impressioni

29 04 2009

Si è chiusa ieri sera, verso le sette, la due giorni romana dedicata alle applicazioni della filosofia Open Source al mondo dell’archeologia. Inutile dire che sono molto soddisfatto e i motivi sono tanti. Eccone alcuni:

  1. Un convegno giovane. In Italia si sa che nella maggior parte dei casila parola convegno evoca subito immagini di canuti tromboni e di sproloqui verbosi e interminabili (mi annoio già a scriverlo). Il convegno di Roma ha registrato una massiccia partecipazione di under-40, con una percentuale approssimativa del 70% dei presenti. Allora esiste una archeologia giovane, dinamica, che non teme di provare, sperimentare e innovare! Se ce ne fosse stato bisogno l’appuntamento romano ha dimostrato ancora una volta di sì.
  2. Open Source = qualità. Non si tratta più ormai di low-cost. E’ quasi incredibile, almeno per un neofita come me, quante e quanto valide ormai possano essere le alternative disponibili ai software commerciali. Io personalmente ho deciso di scaricare e cominciare ad apprendere QuantumGIS, un GIS che sembra semplice ma comunque efficace, almeno per iniziare, e da lì passerò a GRASS, una specie di gis delle meraviglie che non teme assolutamente confronti con prodotti commerciali come ArcView e simili.  Una delle cose interessanti di questo convegno è vedere come ormai tutte le operazioni legate all’archeologia siano perfettamente possibili con l’uso di software OS, con almeno un programma (spesso molti di più) a competere con la classica soluzione commerciale.
  3. WYSIWYG. What you see is what you get, ovvero vedere prima in azione ciò che si può ottenere dall’OS. Un bel punto di forza di questo convegno è stata la sessione di dimostrazioni dal vivo  (chiamata Open Lab). Io per esempio ho trovato di estremo interesse per la mia ricerca di dottorato la demo delle potenzialità del software di analisi statistica dei dati R. Un po’ ostico all’inizio per la mancanza di una interfaccia grafica user friendly e per la necessaria familiarità con la linea di comando (che però ha già chiunque si sia già accostato a Linux), il programma mostra poi i muscoli creando le più comuni analisi (media, mediana, deviazione standard, ecc.) con un semplice comando e partendo dalla semplice importazione di un file di Excel (o Calc) salvato in formato CSV. Una particolarità: grafici ottimi completamente automatizzati e pronti per la pubblicazione. Pregusto già quello che ci farò.

Insomma, come vedete, la soddisfazione è piena. Ma si può sempre migliorare e allora ecco un piccolo suggerimento: un dibattito acceso vale almeno quanto un paio di relazioni. Quindi più spazio al dibattito ma soprattutto perchè ci sia un dibattito vero ci vuole qualcuno che rappresenti posizioni diverse dalle nostre. E non per poterlo accusare o crocifiggere in pubblica piazza, bensì perché il dibattito sia realmente qualcosa di utile.  D’altronde, come sosteneva Popper, nel confronto l’obiettivo è non tanto quello di convincere l’altro quanto piuttosto quello di affinare le nostre idee mettendole continuamente alla prova.





Archeo-FOSS 2009

10 04 2009

Informo tutti i lettori che il 27 e il 28 aprile, a Roma, presso la sede del CNR in Piazzale Aldo Moro, si terrà il IV Workshop su “Open Souce, Free Software e Open Formats nei processi di ricerca archeologica”. Tutti gli interessati sono invitati a partecipare. Per maggiori informazioni e programma cliccate sul logo qui sopra.

Fra le relazioni anche una mia short presentation dal titolo Pubblico ma non pubblico: prospettive normative sulla proprietà intellettuale dei dati archeologici.

Auguri a tutti di buona Pasqua

Καλό Πάσχα σε όλους





Una libbra di carne

27 02 2009

Una libbra di carne, forse un po’ meno, è il tassello mancante.

Apprendiamo oggi dall’Agenzia Giornalistica Italiana, la quale rilancia una notizia pubblicata dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, che l’approfondita analisi storico artistica che dovrebbe risolvere il dilemma sulla paternità del Satiro di Mazara è adesso giunta ad una svolta.

Aber gerade ein Detail, nämlich die Formung des männlichen Gliedes, die bei diesem Meister besonders charakteristisch ist, spricht dafür, dass wir es wirklich mit dem hochberühmten Satyr des Praxiteles zu tun haben.

Ebbene sì, Bernad Andreae non ha dubbi: le caratteristiche morfologiche del membro del Satiro rimandano indubbiamente all’arte di Prassitele.

Dopo questa sconcertante notizia è ovvio che ci sarà una nuova ondata di interesse -scientifico- per il capolavoro della bronzistica greca, soprattutto da parte del grande pubblico ormai deluso nelle sue speranze di catturare qualche fotogramma pruriginoso dalle riprese del Grande Fratello.

E chissà che non sia anche una ragione in più per riportare all’attenzione della cittadinanza anche i Bronzi di Riace, che languono in quel povero museo reggino, senza nessuno che gli vada a contare i centimetri.

Se la grande divulgazione è questa, mi volete spiegare perché mai qualcuno dovrebbe finanziare la ricerca di una truppa di tromboni che fanno discorsi del ca….volo?





Facce di bronzo e bronzi di facciata

15 02 2009

Ogni tanto, in questo nostro paese pieno di cultura, si parla davvero di Beni Culturali. Ma la polemica di questi giorni, più che i toni del dibattito accademico su contenuti scientificamente sostenuti, ha i caratteri della gazzarra di partito su qualcosa che -se considerata da un punto di vista esclusivamente culturale- non dovrebbe neanche essere in discussione.  Ovvero che c’è una grande differenza tra un bene culturale e un oggetto di arredamento.

Certo nessuno nega che un candelabro del Cinquecento possa essere un bene culturale. Nego con forza invece che un bene culturale come la coppia dei Brondi di Riace possa divenire oggetto di arredamento per un summit internazionale (vedi qui e qui).  Non voglio entrare nella annosa questione dell’esistenza o meno di capacità di giudizio del Presidente del Consiglio, che è stato ormai paragonato a qualunque cosa dagli imperatori romani ai satrapi orientali, da Saddam Hussein a Mussolini. Il problema non è qui se lui dica o meno scemenze. Il problema grave e che c’è gente di una certa cultura che gli va pure dietro senza porsi minimamente il problema dei contenuti e basandosi invece sulle affiliazioni politiche.

Il primo riferimento è al Ministro dei Beni Culturali, On. Massimo Boldi, ops..!, volevo dire Sandro Bondi. Il ministro è la prima persona che si sarebbe dovuta metter di traverso ad un progetto del genere, magari liquidandolo scherzosamente come una boutade del premier (tanto ci siamo abituati).  E invece, puntando sul fatto che sono beni più che sulle loro caratteristiche culturali, ministro, sottosegretario e compagnia cantante prendono anche in considerazione l’idea e discutono amabilmente.

Dall’altro lato non mi piace nemmeno lo spirito della dichiarazione del segretario della CGIL di Reggio, Francesco Alì, che nel ripetere che “i nostri tesori non vanno da nessuna parte” mi ricorda tanto il noto personaggio della saga del Signore degli Anelli che avidamente contempla il suo tesssssssoooro. Postilla: ma poi che c’entra la CGIL? Boh.

Si badi bene: tutti i tecnici dicono di no, per problemi di fragilità, di microclima, di rischi vari. Ma io qui pongo un’altro quesito, che è quello solito dei nostri tempi (dalla bioetica alla politica, dall’industria ai beni culturali). Anche ammesso che una cosa si possa tecnicamente fare, è ipso facto anche lecito farla?

Parere favorevole dal Sindaco di Salemi e storico dell’arte Vittorio Sgarbi che dice che “Fragili sono le teste di coloro che dicono che sono fragili”.  Il movente questa volta è il turismo. Per il critico il fatto che otto capi di stato con signore/i vedranno i Bronzi alla Maddalena, a casa del premier, farà aumentare il turismo in Calabria. Così, magicamente. Ovviamente lui la vede così pensando da storico dell’arte, per il quale un oggetto o è bello oppure non lo è, e tutto il resto non conta per il semplice fatto che non c’è alcun resto. Inutile parlare di contesto, inutile parlare del fatto che forse vedere i bronzi all’interno del Museo Nazionale di Reggio Calabria potrebbe favorirne una migliore comprensione.

Il problema è tutto qui, nel valore iconico di un oggetto d’arte, indipendentemente dal suo significato, dai valori che rappresentava, dal suo valore di mezzo per un messaggio tra parti di una intera società. Ma tutto questo non ha importanza, è sovrastruttura, paccottiglia accademica che odora di polvere stantia. Certo viene da chiedersi perché allora i francesi non facciano fare il giro del mondo alla Gioconda che, ammettiamolo, come valore di icona ne ha anche di più dei nostri due bronzi.

Dichiariamolo ufficialmente: l’ottica è tutt’altro che culturale, quando di un oggetto si consideri solo il valore estetico. Quindi ora la domanda è: può la sola “forza del bello” dei due marcantoni bronzei essere considerata motivo sufficiente per il loro svilimento a oggetti di arredamento di un set televisivo-pubblicitario? La mia risposta è, ovviamente, no.

La motivazione più nobile che viene proposta per lo spostamento è quella della valorizzazione e della promozione. Ma allora mi vuole spiegare qualcuno perché in Sardegna si valorizzano dei reperti greci, che nulla hanno a che vedere con quel territorio, e non invece i beni culturali di quella regione? Forse che la Sardegna non ha beni culturali? O forse siamo ancora prigionieri di una idea preconcetta e antiquata secondo la quale esistono “beni culturali di serie A” e “beni culturali di serie B”? Avrei avuto meno da ridire se Berlusconi avesse cercato di valorizzare reperti sardi nel G8 in Sardegna, oppure se avesse organizzato il G8 a Reggio Calabria se tanto ci teneva a valorizzare i Bronzi.





Scienziati d’ufficio

19 01 2009

Continuiamo ad addentrarci nei meandri e paradossi creati quando diritto ed archeologia si incontrano.

Parlando con qualche collega di scavi, soprintendenze e pubblicazioni, ci siamo soffermati un momento sulla cosiddetta “riserva di pubblicazione”, una particolare clausola che viene spesso (non sempre) inserita nei contratti tra un archeologo “freelance” e il suo datore di lavoro su esplicita richiesta di, o direttamente, dalla Soprintendenza.

La clausola incriminata fa più o meno così: “E’ fatto assoluto divieto di pubblicare i risultati dello scavo oggetto del contratto senza la esplicita autorizzazione scritta della Soprintendenza”.  Su cosa si basa questa pretesa del committente? Non su articoli di legge che verrebbero altrimenti prontamente snocciolati tra opportune parentesi, bensì su un costume -diremmo meglio un malcostume- consolidato in virtù del quale all’ispettore di zona responsabile spettano tutti i diritti e i meriti (scientifici e curriculari) degli scavi svolti sotto la sua responsabilità amministrativa, per tutta la durata del suo ufficio e anche oltre. E’ ovvio che questa prassi sia l’esatto contrario di concetti quali pubblico interesse, fruizione, libertà di ricerca e via discorrendo. Ovvio inoltre che qualunque archeologo avesse l’ardire di violare il divieto non solo dovrebbe imbarcarsi in una causa con la P.A., cosa invero sconsigliabilissima, ma vedrebbe di colpo azzerate tutte le sue speranze di “collaborazione esterna” con la Soprintendenza interessata e con tutta la rete di Soprintendenze amiche. Vita natural durante.

Una delle cause di questa situazione è costituita secondo me dall’innaturale cumulo di responsabilità scientifiche e amministrative nelle mani dei singoli funzionari delle soprintendenze. Essi infatti, sia che si trovino ad essere menti votate alla ricerca sia che invece non abbiano per essa alcun interesse e siano magari rivestiti di quelle responsabilità per i più vari motivi, si trovano loro malgrado ad essere degli scienziati d’ufficio, detentori del diritto/dovere (anche se spesso sentono più il primo che il secondo) di pubblicare scientificamente i risultati delle ricerche frettolose e non programmate compiute sul territorio loro assegnato.

Il risultato è più che prevedibile: la stragrande maggiornaza dei dati prodotti durante la loro reggenza finisce inedita in una serie di faldoni polverosi stipati in umidi scantinati, salvo che il funzionario responsabile non nutra un sano interesse scientifico per questa o quella località o scoperta e non voglia quindi impreziosire il proprio curriculum con un articolo, spesso più che tardivo, sugli ormai meno che recenti ritrovamenti nella zona.

E i dati scientifici che non superano la selezione dei gusti del funzionario preposto che fine fanno? Inaccessibili attendono il loro destino fatto di morsi di tarme, scolorimenti, macchie d’umido, viraggio cromatico nel caso delle foto. E fino a quando? Indefinitamente, almeno fino a che qualche pietosa amministrazione non decida di sobbarcarsi le spese del versamento degli archivi che abbiano superato i quarant’anni nella disponibilità del locale Archivio di Stato (ai sensi dell’art. 16, c. 2, l. “a” n. 2 del Dpr. 441/2000 e succesive modificazioni). Chissà che in qualche archivio non ci sia ancora qualcosa di inedito, e integro, da studiare e pubblicare…. tanto i dati scientifici sono come il vino buono, più invecchiano e migliori diventano. O no?

Il tutto nel più rigoroso rispetto dell’interesse pubblico e nella più scrupolosa osservanza del dettato costituzionale (artt. 9 e 33)!!





“Strato di diritto”

7 01 2009

Il post “La stratigrafia è un bene culturale?” sebbene possa chiudersi con una risposta sostanzialmente negativa, nondimeno ha sollevato un ampio dibattito, i cui frutti sarà bene analizzare in dettaglio. E’ per questo che apro questo nuovo capitolo, come spin-off del precedente.
Per quel che pare a me (e non sono un giurista, com’è noto) Bretella notava giustamente che la mancanza di una res tangibile alla quale affibbiare dei diritti ostacola irrimediabilmente il percorso di tutela della stratigrafia “pura”, ovvero indipendentemente dagli oggetti culturalmente significativi (e quindi tutelati) che essa custodisce. Penso che forse facciano meglio le zone di cultura anglosassone quando parlano più estensivamente di cultural heritage piuttosto che di “beni e attività culturali”.  Sarebbe tutto più semplice.

Spostando allora il discorso sul campo della tutela del diritto d’autore e della proprietà intellettuale, quali sono esattamente i presupposti giuridici per attribuire dei diritti a qualcuno (persona fisica, ente o collettività) sulla lettura stratigrafica, o meglio sui risultati di questa operazione di lettura? Essa viene in effetti normata dal ministero nelle sue modalità. Ma che dire della proprietà e dei diritti di utilizzazione?

Bisogna tutelare maggiormente l’archeologo stratigrafo che legge e interpreta un dato di natura, come si farebbe con l’autore di un documentario sui leoni? Certo l’interpretazione della stratigrafia, operazione che avviene nel momento stesso in cui la si scava tanto da indirizzare le scelte successive sul cantiere, è opera esclusiva dell’ingegno dello scavatore o del direttore scientifico dello scavo. Essa dipende dalla sua sensibilità e dalla sua specifica competenza garantita dalla sua formazione e dall’esperienza che ha maturato. La sua lettura in fin dei conti è unica e irripetibile, quasi come una piccola opera d’arte. Tralasciamo poi il caso, nenanche tanto raro, in cui l’interpretazione di uno scavo finisce con l’essere una ricostruzione di pura fantasia!! C’entrerà pure il diritto d’autore…

Oppure si dovrebbe considerare il diritto della collettività che paga l’operazione di lettura e che quindi dovrebbe usufruire dei risultati nel modo più ampio, rapido e trasparente possibile (leggasi “dati nel pubblico dominio con divulgazione su internet in tempi ragionevolmente brevi”)?

La documentazione dello scavo, redatta da pubblici dipendenti (almeno temporanei) e seguendo pubbliche direttive sembrerebbe avere i connotati di una serie di atti amministrativi… o no? E se sì, in che misura varrebbero le norme sulla trasparenza e l’accesso agli atti amministrativi? Magari ho il diritto di andare a vedere le schede US dello scavo inedito dell’archeologo Tal dei tali…

Nuovi inquietanti scenari si aprono…








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