Un nuovo Kulturkampf?

25 03 2010

Gli avvenimenti di questi giorni, i vari botta-e-risposta tra elementi della gerarchia cattolica ed elementi di spicco della politica, mi hanno fatto tornare alla mente tanti momenti storici che vedono la Germania al centro della dialettica Stato-Chiesa. Tantopiù che, essendo io in Germania, forse posso permettermi un punto di vista più distaccato da quello che avrei in Italia affrontando le stesse tematiche.

Una immagine del Kulturkampf storico: Bismark e Pio IX impegnati nella loro complessa partita a scacchi.

Un editoriale di Ernesto Galli della Loggia prima, e una lettera di Marcello Pera poi, brani entrambi apparsi sul Corriere della Sera,mi hanno introdotto a questo clima di scontro.

Il primo è una sorta di sfogo contro degli Italiani piccoli piccoli, che lui vede mossi ad “un radicalismo enfatico nutrito d’acrimonia” di matrice post-illuminista ma ridotta a “chiacchiera da bar”. Degli Italiani che , più di tutti gli altri, gettano la Chiesa nel cesto delle cose vecchie, delle quali non abbiamo più bisogno, dopo una condanna “antistoricistica” e sostanzialmente “ignorante”.

E’ strano che Galli della Loggia non si renda conto del fatto che  vi è una effettiva crisi di credibilità non solo nella Chiesa, ma anche nello Stato, nei Partiti, nell’Istruzione, in tutte le istituzioni che rappresentano la struttura della vita associata come la conosciamo.  A lui non interessa spiegare questo, gli basta liquidare la cosa come “eticismo presuntuoso che pensa di avere l’ultima parola su tutto”. Come riduzionismo direi che non c’è male, ma mi sa che preferivo Sartori, che almeno a spiegare le cose ci prova, invece di etichettarle e basta.

E fu Pera e fu mattina. Secondo giorno. Nella sua lettera aperta al Corriere, l’ex-presidente del Senato, filosofo e amico del Papa, castiga con la sua logica schiacciante una lettrice -pardòn, “una laicista”-  che ritiene che gli ultimi sviluppi della questione abusi possa minare “la legittimazione della Chiesa Cattolica come garante dell’educazione dei più piccoli”. Pera ha sicuramente ragione nel considerare che “la grossolanità dell’argomento” dipende dalla mancata determinazione dell’entità del danno, dalla quale sola può dipendere l’entità della delegittimazione.

Peccato che poi Pera si lanci a spron battuto contro “Questa guerra del laicismo contro il cristianesimo” nella quale “ciò che si vuole è la distruzione della religione“. Ma come, professore? Non si è accorto che ad essere attaccata in questo caso è solo la gerarchia della Chiesa Cattolica, e non la religione in quanto tale? Non vede che oltre alla confessione cattolica romana esistono altre forme di cristianesimo, dagli anglicani agli ortodossi, dai luterani ai battisti? Forse anche questo argomento presenta qualche… grossolanità. Crollasse anche il Vaticano, qui in Germania non chiuderebbe una sola Chiesa protestante, né tantomeno crollerebbe la Religione.

E allora perché non chiedere a gran voce, da fedeli o meno della Chiesa, che questa faccia seriamente pulizia? Perché difendere in maniera acritica delle scelte che furono evidenti atti di connivenza o almeno di miope amministrazione?

Exurge Domine et iudica causam tuam, memor esto improperiorum tuorum, eorum que ab insipientibus fiunt tota die, inclina aurem tuam ad preces nostras, quoniam surrexerunt vulpes quaerentes demolire vineam, cuius tu torcular calcasti solus…

(Leone X p.p., Bolla “Exurge Domine” contro le tesi di Lutero, 15 giugno 1520)

Lutero spezzò in due la cristianità, perché questa si rifiutava di correggersi, perché questa si rifiutava di curare le sue piaghe, e anzi riteneva la propria condizione la più salutare a dispetto di ogni evidenza. Lutero provocò anche il Concilio di Trento, che riformò la Chiesa e la mise su binari nuovi, verso una più fedele applicazione dei suoi principi originari (sebbene questo abbia provocato anche il fanatismo dell’Inquisizione).

Le piaghe ci sono anche oggi, ma non vedo grandi riformatori all’orizzonte. Il risultato non può che essere un lento, progressivo e inesorabile abbandono dell’Istituzione da parte dei suoi fedeli. E non per traumatisci eventi scismatici. Semplicemente per ragioni demografiche. Tutti muoiono, anche i fedeli della Chiesa. E una chiesa che non si rinnova è destinata a sparire.

Il mio non vuole essere un discorso apologetico, bensì una semplice constatazione storica (con buona pace di Galli della Loggia). Guardo una istituzione che tanta parte ha nella nostra società, e la vedo declinare. Alcuni saluteranno la cosa con gioia, altri grideranno alla fine dei tempi. Io vedo bene che un eventuale crollo, o una progressiva asfissia,  della Chiesa Cattolica non provocherà il crollo della religione, e neanche del Cristianesimo in quanto tale. Come disse Otto von Bismarck:

“Non mi si vorrà far passare per nemico della Santa Sede romana. Per me il Papa è soprattutto una figura politica, ed io ho un rispetto connaturato per tutti i veri poteri. Un uomo che dispone delle coscienze di 200 milioni di persone, per me, è un grande monarca” (O. von Bismarck, 1871)

Certo non posso che considerare con favore la diminuzione dell’influenza sulle coscienze che questa istituzione ha, soprattutto quando azioni etiche devono trovare dei campioni  politici. Sempre nell parole del cancelliere tedesco, infatti:

Non si tratta di uno scontro tra credenti e non credenti, bensì della antichissima lotta per il potere, antica quanto la razza umana, tra i Regno e il Sacerdozio, lotta che molto più antica della venuta sulla terra del Redentore. Si tratta della difesa dello stato, si tratta di delimitare dove può arrivare il potere del sovrano e dove quello dei sacerdoti. E questo limite deve essere identificato in modo tale che lo Stato possa autonomamente sussistere. In questo mondo è, infatti, questo ad avere la direzione e la precedenza. (O. von Bismarck)





Dallo scaricabarile allo scaricaprecario

7 02 2010

Il Ministro Bondi ne ha sparata una delle sue. Un’altra.

In un articolo apparso sul Corriere della Sera di oggi la illuminata guida politica del nostro settore non trova niente di meglio che proporre di impiegare gli insegnanti in esubero della scuola pubblica a fare servizio di custodia e di guida nei musei dello Stato. Allegria signori,  i ministri sono passati dallo scaricabarile allo scaricaprecario.

Mi chiedo: Bondi ritiene forse che i percorsi di studio che affrontiamo siano tanto poco professionalizzanti da poterci sostituire con il primo maestro elementare in esubero?O sta forse sostenendo che la qualifica di insegnante rende un individuo totipotente? Mi dispiace per il signor Ministro, ma qui non stiamo parlando di politica, ove tutto è possibile ai deputati.

Non temete, un vantaggio per il turismo c’è: le turiste tedesche potranno sospirare all’indirizzo di aitanti maestri di educazione fisica posti a guardia delle sale piene di opere d’arte contemporanea.





Il Museo ideologico

19 07 2009

ATENE – Ieri sono andato a fare un giro del Nuovo Museo dell’Acropoli. Di seguito vi riporto un breve resoconto corredato dalle mie impressioni.

Il Museo, che ha aperto in pompa magna il 23 giugno, per adesso e fino alla fine dell’anno è accessibile -dalle 8 del mattino alle 8 di sera- pagando un biglietto del costo di solo 1 euro, che dovrebbe salire a 5 dall’anno prossimo (una cifra comunque non spaventosa).

Introduce la visita un breve filmato, ca. 10 minuti, proiettato una volta in inglese e una volta in greco, che presenta ai visitatori il Partenone attraverso la sua storia più che bimillenaria (molto curate le ricostruzioni tridimensionali animate) e analizzandone i principali apparati decorativi.
Già questo approccio è indicativo della prospettiva che il Museo ha deciso di darci: il centro è il Partenone, e il centro del Partenone sono i suoi fregi. E così il grande ottastilo dorico viene presentato come “il punto più alto nell’evoluzione dell’ordine dorico”, una prospettiva winkelmaniana che mi ha francamente sorpreso, nel 2009. Il filmato poi ovviamente si sofferma, volutamente, sul fregio ionico della cella celebrandone la bellezza e la composizione innovativa.
Per quanto riguarda la storia del tempio, tutte le sue tappe sono analizzate e rivissute nelle animazioni del filmato: dai primi cristiani che scalpellano le teste delle metope, alle bombe di Morosini che fanno esplodere il tempio-chiesa-moschea, agli emissari di Lord Elgin che staccano le lastre e imbragano le statue. Stranamente il filmato omette di menzionare la trasformazione della cella del Partenone in deposito delle polveri della guarnigione ottomana, rendendo così poco comprensibile come Morosini abbia fatto tanto danno con qualche granata del XVII secolo. Semplificazione divulgativa?

Dopo essere passati attraverso i tornelli elettronici (Brunetta ha colpito anche qui?), si passa in una grande galleria con una selezione dei reperti rinvenuti durante lo scavo delle fondamenta del museo, visibile dalle aperture a vetri nel pavimento, e dai santuari alle pendici meridionali dell’Acropoli. Peccato che il corredo esplicativo (piante con le fasi, testi, fotografie) sia assolutamente insufficiente, per non dire quasi del tutto assente. Dimenticanza?

Superato lo scenografico scalone, si arriva alla sala della scultura arcaica, un grande magazzino senza un percorso espositivo ben preciso. Punti di forza: le tante opere esposte, in numero maggiore rispetto al vecchio museo sulla rocca, e l’illuminazione diffusa e per niente aggressiva. Punti deboli: la mancanza di un apparato didattico, con le targhette dei pezzi che riportano solo il necessario: nome, datazione e numero di inventario. Neanche fossero prigionieri di guerra, che ti dicono solo nome, reparto e numero di matricola. Le targhette sono bilingui (almeno questo).

Mentre mi aggiro per lo stanzone, non so come chiamarlo altrimenti, si sente un gentilissimo annuncio che invita i signori visitatori a non toccare le opere, a non fotografare (ecco perché non ho messo foto) e a non riprendere.
Guardo in alto istintivamente per vedere da dove provenisse la voce, e mi scopro osservato dagli occhi indagatori di uno dei custodi, vestito da uomo della scorta con tanto di auricolare, che mi punta da un ballatoio sopraelevato, ricavato nella parte alta della spoglia parete di cemento. Ho guardato l’orologio chiedendomi quanto mi restava ancora della mia ora d’aria. Alzo lo sguardo cercando cecchini e filo spinato e poi ricordo: il magazzino…. il museo…

Sali un’altra rampa dello scalone principale e per un momento ti puoi vendicare, puoi diventare un cecchino pure tu, passeggiando per il corridoio sopraelevato che porta solo a bagni (peraltro molto belli) e locali di servizio.

Colonne alte fino al cielo, statue e donari, folla scomposta e disordinata… forse è questa l’impressione che doveva dare l’Acropoli in un giorno di festa di venticinque secoli fa. E il visitatore avvertito capisce che forse è proprio questo il messaggio che ti vuole dare quella sala, magari lo apprezza anche. Ma il comune turista che ne ricava? Confusione, temo.

Sempre allo stesso ammezzato, si fa per dire, troviamo il ristorante. Tutto in pieno stile minimalista, come il resto. E’ un aggregazione di immensi loft questo museo; grandi spazi e divisori bassi. Tovagliette e menu riportano una sezione orizzontale del Partenone, in bianco su grigio, molto “minimal chic”.
E veniamo alla “famosa” terrazza del ristorante, della quale avevamo già parlato. Facendo i primi passi fuori la vista della rocca sacra non è ancora ostruita dai palazzi neoclassici di Odos Dionysiou Areopagitou, ma avanzando la situazione cambia. E i prospetti posteriori non è che siano proprio piacevoli, ignari al momento della loro costruzione che un giorno sarebbero stati così in vista. Forse sarebbe stato meglio progettare diversamente la terrazza, piuttosto che contare sull’abbattimento di due edifici storici solo per un capriccio architettonico, non trovate?

Il bookshop, accanto al ristorante, è molto fornito con prezzi non proprio tourist-friendly, ma comunque nella media. C’è un grande assortimento di articoli di merchandising del Museo, riproduzioni di opere esposte, ecc. Tra le prime cose che ho visto c’era una guida breve del museo in inglese, venduta a 5 €. Carta scarsa, molto essenziale ma al contempo pretenziosa. L’ho lasciata lì.

L’ascesa continua, riprendendo quel ramo della parabola winkelmaniana che ci porterà al culmine dell’Arte e della Storia. Al culmine della salita, dopo essere stato accuratamente preparato, puoi essere ammesso a conoscere il segreto più prezioso: CE LI HANNO RUBATI!!!
E’ la totale inversione del continuum spazio-tempo, direbbe il DOC di Ritorno al Futuro. E’ come se quella sala piena di copie e di buchi ti dicesse, con l’aria mesta e rassegnata, che loro hanno fatto di tutto per farti vedere le sculture di Fidia, ma che non è colpa loro in fondo se non ci sono tutte. Loro avevano preparato ogni cosa e poi…. è arrivato Elgin e ha rovinato la festa.

Concludiamo, mentre scendiamo e passiamo distrattamente davanti ai reperti dell’età romana e tardo-antica che questo tipo di percorso ci ha quasi fatto disprezzare. Il museo è fatto bene, ma per uno scopo sbagliato.
Questo non è un museo, è un monumento ideologico. Non ti vuole trasmettere cultura; vuole indottrinarti con un preciso messaggio: le lancette della storia si possono portare indietro, la storia può essere negata e riplasmata secondo il gusto. Ora capiamo le dimenticanze, ora ci spieghiamo le semplificazioni divulgative.
E’ vero che è quasi impossibile scrivere e raccontare la Storia in modo oggettivo, ma questo Museo non ci prova neanche. E mi dispiace, alla fine dei conti , che questa operazione ideologica sia stata finanziata al 75% con i Fondi Europei.

Mario Trabucco





Gnuri e cassonetti

24 06 2009

-Gnùri, libero è? -Sì. -Evviva la libertà!

Sebbene la parola libertà sia onnipresente nei nostri discorsi, tanto da figurare anche tra i lazzi che hanno fatto divertire generazioni di ragazzi (alle spalle dei conduttori di carrozze), nondimeno la comprensione del concetto che essa indica è un po’ meno presente.

Soprattutto latita un’altra parola, che del concetto di libertà è parte integrante: responsabilità. Che senso avrebbe infatti poter scegliere liberamente se poi le nostre scelte non avessero conseguenze? Che gusto ci sarebbe a scegliere senza la speranza di godere un giusto merito, o viceversa il rischio di una equa sanzione? E’ per questo che dopo la libera scelta viene il momento in cui di quella scelta siamo chiamati a rispondere.

Se questo vale per tutti noi nel quotidiano esercizio della nostra libertà, a maggior ragione il discorso vale se applicato alla scelte compiute dai nostri rappresentanti, o da coloro che i nostri rappresentanti designano per compiere delle scelte che hanno una ricaduta su un qualunque aspetto della vita della comunità.

Leggo sul Corriere della Sera di domenica 21 giugno che l’AMIA (la municipalizzata che si occupa dei rifiuti di Palermo) ha comprato ben 1.500 cassonetti per la raccolta differenziata alla modica cifra di 750.000 euro (500 euro cadauno). Fin qua poco male, anzi forse pure bene, se non fosse che i cassonetti sono inutilizzabili, e di fatto inutilizzati da un anno, e ammassati in un piazzale nascosto della discarica di Bellolampo. La ragione è semplice: sono incompatibili con i camion per la raccolta. Scandaloso.

Ma torniamo al discorso che facevamo prima. Qualcuno ha scelto questi cassonetti; e qualcun’altro ha scelto questo qualcuno. Credete che delle teste cadranno per un errore tanto grossolano? Io lo spero, ma a dire il vero non me lo aspetto.

Già lo storico greco Erodoto, cinque secoli prima di Cristo, annoverava tra gli aspetti vantaggiosi della democrazia il fatto che le magistrature fossero soggette a rendiconto. E questo era tanto importante che la parola greca che indicava il pubblico magistrato era la stessa che noi traduciamo con “responsabile” ovvero (dal latino) “colui che ha la capacità di rispondere delle proprie scelte”. Chiedere che sia sanzionato pubblicamente chi ha commesso uno sbaglio non è accanimento, non è la solita voglia di gogne mediatiche. E un richiamo all’essenza stessa della nostra democrazia. E la democrazia è tale solo se valorizza la libertà tramite il richiamo alla responsabilità.





Se la cultura è mafiosa…

22 05 2009

Alle volte la gente non sa proprio cosa inventarsi per far parlare di sè. Sembra proprio questo il caso dell’ultima trovata di Vittorio Sgarbi che, da sindaco di Salemi, ha pensato bene di inaugurare nel giorno dell’anniversario della Strage di Capaci, una mostra di volti di mafiosi.

Trovate un interessante articolo su Live Sicilia. Io propongo qui solo alcune riflessioni.

Anzitutto vi dico che non sono convinto dell’utilità sociale di mettere in mostra una serie di volti di mafiosi “celebri”, anzi mi chiedo proprio quale forma di fascinazione oscura abbia spinto l’artista a realizzarli. Il rischio poi che la fascinazione che ha colpito la Mantovan (l’artista che ha dipinto i ritratti) possa colpire anche parte dei fruitori della mostra mi sembra che non valga la candela.

Quello che suggerisco io in questi casi è il procedimento esattamente contrario, la “damnatio memoriae” già con successo sperimentata dagli antichi. Queste “persone” vanno cancellate dall’immaginario collettivo, non ne va diffusa la memoria.

“Sono polemiche inutili – dice Sgarbi – è come dire che la foto di Mills sui giornali è una forma di promozione. Non bisogna avere paura delle parole, vogliamo solo essere meno rispettosi delle solite convenzioni e banalità dell’antimafia. In queste opere è ritratta la mafia nello stile ‘Wanted’, con volti di borghesi ordinari dalla rispettabilità di facciata e che una volta catturati mostrano dei lineamenti nuovi, meno duri degli identikit, come è stato il caso di Provenzano, che una volta catturato ha rivelato un aspetto simile a quello di un comune pensionato” (citato dall’articolo di Live Sicilia)

Mi stupisco che una persona di raffinata intelligenza come Sgarbi possa rintracciare una analogia tra la foto di Mills sui giornali e il ritratto di Lo Piccolo in un museo. A parte il fatto che nessuno pensa che la foto dell’avvocato inglese accompagnata dalle accuse di concussione e spergiuro possa essergli di buona pubblicità. Ma inoltre è diverso il contesto! In un museo noi mettiamo delle cose perché siano non solo salvate dal tempo, ma anche erette ad esempio. Certo, esistono anche esempi negativi, ma solo dove si faccia tutto il necessario per sottolinearne la valenza negativa, per scongiurare qualsiasi ambiguità. In un museo sulla Germania troverà certo posto un ritratto di Hitler, che è pur sempre un personaggio storico, ma sarà anche attorniato dalle testimonianze del male che ha causato. Un ritratto di Hitler, accompagnato da quelli dei vari gerarchi in una galleria, forse trasmetterebbe un altro messaggio no?

Dalle parole di Sgarbi emerge quasi l’idea che in fondo Provenzano non sia altro che un inerme vecchietto settantenne, invece di uno dei più efferati omicidi e mandante di omicidi che la storia della nostra terra si vergogni di ricordare. E poi perché un “Museo della Mafia” piuttosto che uno della “Lotta alla Mafia”? Boh. Nei musei dell’Olocausto sparsi nel mondo su chi viene concentrata l’attenzione, sui carnefici o piuttosto sulle vittime? E’ per questo che si chiamano appunto “Museo dell’Olocausto” e non “Museo della Soluzione finale al problema ebraico” per esempio.

Spero che non voglia mai realizzare una galleria dell’Olocausto: immagino già la fila di ritratti di Hitler, Himmler, e “compagnia bella”.





Archeologia preventiva: finito il regolamento

22 05 2009

Riporto dal comunicato stampa del MiBAC del 21.05.09:

Il Ministro per i beni culturali, Sandro Bondi, ha espresso grande soddisfazione per la conclusione dell’iter del regolamento che completa la disciplina in materia di archeologia preventiva, testo che sta per essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Le nuove disposizioni – dichiara il Ministro – costituiscono un fondamentale strumento operativo, improntato a criteri di oggettività e trasparenza, attraverso cui, da un lato, si rende maggiormente efficace l’azione del Ministero diretta alla tutela del patrimonio archeologico del Paese e, dall’altro, dà certezza ai tempi di esecuzione delle opere pubbliche.”

Il testo prevede la costituzione di un elenco degli archeologici, cui possono essere iscritti soggetti privati, dipartimenti o istituti archeologici universitari, in possesso della necessaria qualificazione per operare la verifica preventiva dell’interesse archeologico in sede di progetto preliminare.

Fin qui il testo del comunicato. Purtroppo, per quanto abbia cercato, finora non ho trovato  ulteriori dettagli da sottoporvi e da commentare insieme. Aspetteremo.

Il regolamento deve dare compiuta attuazione all’art. 2-ter, comma 3, del DL 63/2005 (convertito nella legge 109/2005) il quale prevede, insieme all’art. 28, comma 4, del Codice dei Beni culturali, che la Soprintendenza possa richiedere la verifica preventiva dell’interesse archeologico di un progetto o intervento, da eseguirsi a spese del committente per mezzo di indagini d’archivio, spoglio delle pubblicazioni, indagini non invasive, saggi di scavo, al fine di conoscere in anticipo e valutare adeguatamente l’impatto che il ritrovamento di manufatti e opere murarie antiche può avere sui tempi e sui costi del progetto esecutivo.

I soggetti che potranno eseguire questa valutazione, tra privati, istituti universitari e soggetti pubblici in possesso di adeguata qualificazione, saranno inseriti in un apposito elenco del Ministero, dal quale pescare per fare eseguire la valutazione preventiva dell’interesse archeologico.





Pubblico ma non pubblico

13 05 2009

Cari amici e colleghi,

ecco a disposizione di tutti il testo dell’intervento che ho tenuto a Roma al convegno ArcheoFOSS 2009. Le ovvie limitazioni di tempo e di spazio, oltre alle mie approssimative competenze in materia giuridica, non ne fanno di certo un capolavoro. Ma se servirà a stimolare una nuova accesa discussione come quelle che talvolta si svolgono in questo spazio, allora sarà di certo servito a qualcosa.

Il testo è rilasciato secondo i termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Generico quindi potete copiarlo, distribuirlo, modificarlo a patto ovviamente di citarmi, di non perseguire scopi di lucro, e ovviamente di diffondere eventuali derivati con la stessa licenza.

Buona lettura e aspetto i vostri commenti!

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TESTO INTERVENTO





Archeo-FOSS 2009

10 04 2009

Informo tutti i lettori che il 27 e il 28 aprile, a Roma, presso la sede del CNR in Piazzale Aldo Moro, si terrà il IV Workshop su “Open Souce, Free Software e Open Formats nei processi di ricerca archeologica”. Tutti gli interessati sono invitati a partecipare. Per maggiori informazioni e programma cliccate sul logo qui sopra.

Fra le relazioni anche una mia short presentation dal titolo Pubblico ma non pubblico: prospettive normative sulla proprietà intellettuale dei dati archeologici.

Auguri a tutti di buona Pasqua

Καλό Πάσχα σε όλους





Una libbra di carne

27 02 2009

Una libbra di carne, forse un po’ meno, è il tassello mancante.

Apprendiamo oggi dall’Agenzia Giornalistica Italiana, la quale rilancia una notizia pubblicata dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, che l’approfondita analisi storico artistica che dovrebbe risolvere il dilemma sulla paternità del Satiro di Mazara è adesso giunta ad una svolta.

Aber gerade ein Detail, nämlich die Formung des männlichen Gliedes, die bei diesem Meister besonders charakteristisch ist, spricht dafür, dass wir es wirklich mit dem hochberühmten Satyr des Praxiteles zu tun haben.

Ebbene sì, Bernad Andreae non ha dubbi: le caratteristiche morfologiche del membro del Satiro rimandano indubbiamente all’arte di Prassitele.

Dopo questa sconcertante notizia è ovvio che ci sarà una nuova ondata di interesse -scientifico- per il capolavoro della bronzistica greca, soprattutto da parte del grande pubblico ormai deluso nelle sue speranze di catturare qualche fotogramma pruriginoso dalle riprese del Grande Fratello.

E chissà che non sia anche una ragione in più per riportare all’attenzione della cittadinanza anche i Bronzi di Riace, che languono in quel povero museo reggino, senza nessuno che gli vada a contare i centimetri.

Se la grande divulgazione è questa, mi volete spiegare perché mai qualcuno dovrebbe finanziare la ricerca di una truppa di tromboni che fanno discorsi del ca….volo?





Scienziati d’ufficio

19 01 2009

Continuiamo ad addentrarci nei meandri e paradossi creati quando diritto ed archeologia si incontrano.

Parlando con qualche collega di scavi, soprintendenze e pubblicazioni, ci siamo soffermati un momento sulla cosiddetta “riserva di pubblicazione”, una particolare clausola che viene spesso (non sempre) inserita nei contratti tra un archeologo “freelance” e il suo datore di lavoro su esplicita richiesta di, o direttamente, dalla Soprintendenza.

La clausola incriminata fa più o meno così: “E’ fatto assoluto divieto di pubblicare i risultati dello scavo oggetto del contratto senza la esplicita autorizzazione scritta della Soprintendenza”.  Su cosa si basa questa pretesa del committente? Non su articoli di legge che verrebbero altrimenti prontamente snocciolati tra opportune parentesi, bensì su un costume -diremmo meglio un malcostume- consolidato in virtù del quale all’ispettore di zona responsabile spettano tutti i diritti e i meriti (scientifici e curriculari) degli scavi svolti sotto la sua responsabilità amministrativa, per tutta la durata del suo ufficio e anche oltre. E’ ovvio che questa prassi sia l’esatto contrario di concetti quali pubblico interesse, fruizione, libertà di ricerca e via discorrendo. Ovvio inoltre che qualunque archeologo avesse l’ardire di violare il divieto non solo dovrebbe imbarcarsi in una causa con la P.A., cosa invero sconsigliabilissima, ma vedrebbe di colpo azzerate tutte le sue speranze di “collaborazione esterna” con la Soprintendenza interessata e con tutta la rete di Soprintendenze amiche. Vita natural durante.

Una delle cause di questa situazione è costituita secondo me dall’innaturale cumulo di responsabilità scientifiche e amministrative nelle mani dei singoli funzionari delle soprintendenze. Essi infatti, sia che si trovino ad essere menti votate alla ricerca sia che invece non abbiano per essa alcun interesse e siano magari rivestiti di quelle responsabilità per i più vari motivi, si trovano loro malgrado ad essere degli scienziati d’ufficio, detentori del diritto/dovere (anche se spesso sentono più il primo che il secondo) di pubblicare scientificamente i risultati delle ricerche frettolose e non programmate compiute sul territorio loro assegnato.

Il risultato è più che prevedibile: la stragrande maggiornaza dei dati prodotti durante la loro reggenza finisce inedita in una serie di faldoni polverosi stipati in umidi scantinati, salvo che il funzionario responsabile non nutra un sano interesse scientifico per questa o quella località o scoperta e non voglia quindi impreziosire il proprio curriculum con un articolo, spesso più che tardivo, sugli ormai meno che recenti ritrovamenti nella zona.

E i dati scientifici che non superano la selezione dei gusti del funzionario preposto che fine fanno? Inaccessibili attendono il loro destino fatto di morsi di tarme, scolorimenti, macchie d’umido, viraggio cromatico nel caso delle foto. E fino a quando? Indefinitamente, almeno fino a che qualche pietosa amministrazione non decida di sobbarcarsi le spese del versamento degli archivi che abbiano superato i quarant’anni nella disponibilità del locale Archivio di Stato (ai sensi dell’art. 16, c. 2, l. “a” n. 2 del Dpr. 441/2000 e succesive modificazioni). Chissà che in qualche archivio non ci sia ancora qualcosa di inedito, e integro, da studiare e pubblicare…. tanto i dati scientifici sono come il vino buono, più invecchiano e migliori diventano. O no?

Il tutto nel più rigoroso rispetto dell’interesse pubblico e nella più scrupolosa osservanza del dettato costituzionale (artt. 9 e 33)!!








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