Quando vacilla anche la speranza

21 08 2008

Dal 4 di agosto sono disponibili in rete i risultati di un sondaggio prodotto da Gallup per l’Agenzia Nazionale per la Gioventù, un ente autonomo sponsorizzato dal Governo Italiano e dall’Unione Europea. Il campione è costituito da 1004 intervistati tra i 15 e i 30 anni di età. I dati sono poi comparati con quelli derivati dallo stesso sondaggio negli altri paesi dell’UE 27.

Riporto da pag. 9:

“Uno schiacciante 84% dei ragazzi italiani ha condiviso (d’accordo e molto d’accordo) l’idea che sebbene le persone abbiano qualifiche elevate, nell’arco di 20 anni potrebbe non esserci alcuna garanzia di trovare un buon lavoro. Con questa percentuale così alta, gli italiani nella fascia 15-30 anni sono risultati non solo più consapevoli dei concittadini su questo argomento (solo il 56% degli italiani con più di 30 anni ha risposto molto d’accordo), ma anche più timorosi su questo punto rispetto alla media della gioventù europea (73% complessivamente d’accordo, 30% molto d’accordo).”

Tradotto in soldoni: “puoi studiare quanto ti pare, tanto sempre a spasso rimani”, ovvero la crisi della speranza di vedere adeguatamente realizzata una professionalità a lungo coltivata durante gli studi. Inutile dire che la colpa di questo stato di cose è di chi governa (oggi, ma anche ieri e l’altro ieri). Come è inutile sottolineare anche il fatto che concorsi come l’ultimo bandito dal MBAC non fanno che aumentare questa percezione.

Un altra considerazione che porta la speranza a vacillare ancora di più è la sensazione diffusa che le cose non possano cambiare, e quindi non valga la pena agitarsi tanto. Un esempio è la petizione contro il concorso di cui sopra. Ancora l’hanno firmata solo 538 persone. Un bel numero, per carità. Ma quello che era lecito aspettarsi sarebbe stata una partecipazione “massiccia e incazzata” piuttosto che una adesione moscia, svogliata e col contagocce (quando si verifica). Quello che mi aspettavo era l’adesione convinta di tutti gli studenti di archeologia, per esempio, di fronte all’ennesimo affronto nei confronti di quello che vorrebbe essere il nostro futuro lavoro. Certo che se anche mettere una firma per qualcosa che riguarda il proprio interesse diventa qualcosa sulla cui opportunità bisogna pensare un paio di settimane, allora stiamo freschi!

Ma c’è ancora tempo…. speriamo che i fatti mi facciano cambiare idea.





Il momento di cominciare a rischiare

27 07 2008

“Se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le sue opinioni, o le sue opinioni non valgono niente o non vale niente lui.” (Ezra Pound)

Sono un poco stufo in questi giorni. Leggo i giornali, ascolto la radio, il mondo si muove e io mi sento al confino. Ho una gran voglia di parlare, di discutere, di passare all’attacco, di rischiare. Ho voglia di combattere per quelle quattro idee che mi ritrovo e che coltivo come cose preziosissime. Ho voglia di combattere con le sole armi che conosco e che so usare: discorsi come granate e stilografiche dai pennini affilati come sciabole.





Le cartacce della Storia

27 07 2008

Noi ce ne stiamo qui, immobili e inamovibili, prigionieri della nostra quotidianità, guardati a vista da quegli efficienti carcerieri che sono le abitudini e le routines che noi stessi abbiamo scelto per noi, massima espressione di libero arbitrio. Guardiamo inebetiti il sole a scacchi attraverso le sbarre delle logiche che avalliamo ogni giorno con un colpevole silenzio. Noi stiamo qui a studiare la storia, mentre là fuori la Storia si compie…senza di noi.

Sembra ormai passata quella stagione in cui allo storico, come a qualunque persona di cultura, si chiedeva l’impegno, si chiedeva di prendere posizione per una causa o contro di essa. Al tempo dell’attivismo si sostituisce quello dell’inazione.

Siamo diventati manovali. Siamo diventati come le donne delle pulizie che mettono ordine tra le cartacce di un ufficio in cui si decide qualcosa che non ha a che fare con la loro quotidianità. Ormai ordiniamo i cocci della Storia, le cartacce che Ella lascia in giro, residuo della sua turbinosa attività creatrice. Quale dignità possiamo pretendere?








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