Più tagli, più prendi

18 05 2009

Come riportato da più parti, per esempio qui e qui, il 15 maggio è scaduto il termine posto dal Ministero dell’Università per la valutazione dell’offerta formativa per l’anno prossimo, in base alla quale si deciderà chi è virtuoso e chi no e, di conseguenza, quali università si spartiranno la posta in palio del 7% del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’Università.

Cominciano a fioccare le interviste ai bravi rettori che hanno tagliato or qui or lì per aggiudicarsi il guiderdone. La Sapienza: meno 46 corsi di laurea; Siena: meno 34; Messina: via una intera facoltà. Tutto pur di rientrare con le spese ordinarie entro il tetto del 90% del FFO ricevuto.

Ma leggo che entreranno presto in funzione altri parametri di valutazione, presi ceramente da quella serie di indici numerici che dovrebbero essere specchio fedele della qualità di un ateneo (numero di immatricolazioni, rapporto laureati/iscritti, numero di CFU conseguiti, e similari). Ovvio che se ci basiamo su questo il risultato lo conosciamo già: la corsa agli sconti per avere più studenti-clienti, esami regalati purché la gente si laurei, riduzione dei contenuti (ché altrimenti l’università è troppo difficile), e non continuo perché la lista sarebbe lunga e la conosciamo tutti.

Leggo anche in giro che la Gelmini vorrebbe una università meglio collegata con il mondo del lavoro, il che in linea teorica è pure condivisibile dal momento che ha poco senso una università che crea allegramente disoccupati vivendo scollegata dalla realtà.

E qui mi venne una pensata (stile Montalbano): un indicatore di successo basato sui contratti. Mi spiego meglio: prendi il numero dei laureati nell’anno precedente e conti un punto per ognuno di loro che abbia firmato un contratto a tempo determinato, mezzo per ogni contratto a tempo determinato, un decimo per ogni contratto di collaborazione (co.co.co., co.co.pro. e simili);  e ovviamente un bel punto meno per ogni laureato ancora a spasso.

Che risultato mi aspetterei? Una bella corsa virtuosa degli atenei a creare opportunità di lavoro per i propri laureati (per guadagnare punti positivi), e una minore fretta nel portare gli studenti alla conclusione del loro percorso di studi (per evitare di guadagnare punti negativi). Inoltre la qualità dei laureati dovrebbe anche crescere, al fine di poterli meglio piazzare presso le aziende private.

Pensate un po… non sarebbe interessante, secondo voi?





Quando vacilla anche la speranza

21 08 2008

Dal 4 di agosto sono disponibili in rete i risultati di un sondaggio prodotto da Gallup per l’Agenzia Nazionale per la Gioventù, un ente autonomo sponsorizzato dal Governo Italiano e dall’Unione Europea. Il campione è costituito da 1004 intervistati tra i 15 e i 30 anni di età. I dati sono poi comparati con quelli derivati dallo stesso sondaggio negli altri paesi dell’UE 27.

Riporto da pag. 9:

“Uno schiacciante 84% dei ragazzi italiani ha condiviso (d’accordo e molto d’accordo) l’idea che sebbene le persone abbiano qualifiche elevate, nell’arco di 20 anni potrebbe non esserci alcuna garanzia di trovare un buon lavoro. Con questa percentuale così alta, gli italiani nella fascia 15-30 anni sono risultati non solo più consapevoli dei concittadini su questo argomento (solo il 56% degli italiani con più di 30 anni ha risposto molto d’accordo), ma anche più timorosi su questo punto rispetto alla media della gioventù europea (73% complessivamente d’accordo, 30% molto d’accordo).”

Tradotto in soldoni: “puoi studiare quanto ti pare, tanto sempre a spasso rimani”, ovvero la crisi della speranza di vedere adeguatamente realizzata una professionalità a lungo coltivata durante gli studi. Inutile dire che la colpa di questo stato di cose è di chi governa (oggi, ma anche ieri e l’altro ieri). Come è inutile sottolineare anche il fatto che concorsi come l’ultimo bandito dal MBAC non fanno che aumentare questa percezione.

Un altra considerazione che porta la speranza a vacillare ancora di più è la sensazione diffusa che le cose non possano cambiare, e quindi non valga la pena agitarsi tanto. Un esempio è la petizione contro il concorso di cui sopra. Ancora l’hanno firmata solo 538 persone. Un bel numero, per carità. Ma quello che era lecito aspettarsi sarebbe stata una partecipazione “massiccia e incazzata” piuttosto che una adesione moscia, svogliata e col contagocce (quando si verifica). Quello che mi aspettavo era l’adesione convinta di tutti gli studenti di archeologia, per esempio, di fronte all’ennesimo affronto nei confronti di quello che vorrebbe essere il nostro futuro lavoro. Certo che se anche mettere una firma per qualcosa che riguarda il proprio interesse diventa qualcosa sulla cui opportunità bisogna pensare un paio di settimane, allora stiamo freschi!

Ma c’è ancora tempo…. speriamo che i fatti mi facciano cambiare idea.








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