Il tema delle tasse e della finanza pubblica è di quelli che un buon cittadino non dovrebbe mai smettere di dibattere, non fosse altro perchè drenano risorse economiche dalle tasche di ciascuno di noi (direttamente o indirettamente). Ma dibattendo sul tema e incrociando sulla rete qualche nodo dedicato al tema, mi è capitato di imbattermi in due considerazioni abbastanza tipiche che vorrei qui afforntare, nella speranza di trarne un gustoso dibattito.
La prima di queste considerazioni prevede che “non si può dare torto a chi evade e può evadere le tasse visto poi come le risorse vengono scialacquate dalla finanza pubblica”. Credo che ci sia un errore di metodo, derivante dalla confusione tra un dovere preciso e sancito costituzionalmente (pagare le tasse) e un diritto di principio (controllare e valutare l’attività del governo). In nessun caso secondo me è legittimo pensare che il mancato esercizio di un diritto quale che sia cancelli automaticamente la sottomissione ad un dovere. Far passare l’idea, anche per celia, che siccome non mi piace come spendi i miei soldi allora non te ne do più è eversivo e antidemocratico. Data una spesa qualunque ci sarà sempre una minima parte dei cittadini che non è d’accordo con quella spesa, ma non per questo sono dispensati dal contribuirvi. Altrimenti il primo che passa dice che non trova utile la ricerca sul cancro perché questo deve essere considerato un castigo di dio da accettare sottomessi e smette quindi di pagare le tasse che vanno in sanità. La cosa non regge. Quindi forse sarebbe meglio vigilare sugli automatismi, tenendo sempre in mente che una discussione metodologicamente ordinata è una discussione costruttiva.
Il secondo concetto inquietante è che i lavoratori dipendenti percepiscano il peso della pressione fiscale meglio degli altri. Farei notare solo che il lavoratore dipendente che ha le sue belle trattenute alla fonte paga le tasse contestualmente alla percezione della retribuzione (non tutte ovvio, ma certa parte sì). Che dire invece dei liberi professionisti che forniscono servizi alla pubblica amministrazione i quali vantano crediti nei confronti di questa senza la possibilità di usare quei soldi per pagare le tasse che invece con puntualità teutonica si presentano sullo scadenziario? Temo che siano questi, e non i lavoratori dipendenti, a sentire maggiormente il peso della pressione fiscale. Ai primi infatti vengono chiesti soldi che non hanno ancora, mentre ai secondi i soldi vengono prelevati da quelli che gli vengono dati. E’ una differenza fondamentale, la stessa che passa tra rimanere sul mercato e fallire. Una differenza che molti colleghi archeologi che hanno scelto la via della libera professione conoscono molto bene.
(il post nasce da un commento ai commenti di un articolo di ItaliaFutura.it)











Dicono delle mie idee….